| Göteborgsoperan (Jan Izikowitz, 1994) |
Nella cornice del porto, tra barche che passano e gabbiani che svolazzano, affacciato sul fiume proprio come se fosse esso stesso una nave, sorge il Teatro dell'Opera. Malgrado la Svezia non sia certo nota per la sua tradizione lirica, il cartellone è ricco di proposte, e l'occhio italico non poteva che guardare ai compositori di casa, Donizetti per l'occasione, Lucrezia Borgia per la precisione. E allora, all'opera!
Con indosso il maglione della nonna, ma anche 15kg di zaino-stiva in spalla e una sportina trasparente da frutta in mano (contenitore in plastica per microonde incluso), l'eleganza che la serata richiede si può dire raggiunta; non rispettare le etichette è pur sempre in linea con lo spirito svedese, per cui nemmeno a teatro è richiesto di seguire la moda ma piuttosto di stare a proprio modo. Assieme al buon ternano Andrea, ci arrampichiamo a cercare i nostri posti fino a quello che sarebbe il loggione, e che in realtà si presenta piuttosto come una balconata vertiginosa, se possibile quasi più alta del soffitto, con parapetto... ad altezza ombelicale. Non è per ragioni di sicurezza che tra il primo e il secondo atto andrà in scena un italian job, con spostamento tattico due piani più sotto: un buon ascolto esige comunque una posizione comoda e panoramica. La storia merita infatti un'attenzione tutta particolare: è un misto di orgoglio e meraviglia la sensazione di scoprirla ambientata... a Ferrara!
La duchessa, bella donna, è protagonista di un intreccio che la vede impegnata a tentare di salvare dalla morte quel figlio, Gennaro, che mai l'ha conosciuta, che da lei riceve solo lettere, che incontrandola per la prima volta non può che finirne in qualche modo innamorato, ma che neppure si accorge di aver a che fare prima ancora con la tanto da tutti reietta Lucrezia; e i suoi guai cominceranno proprio quando, realizzando d'essersi compromesso con una tanto discutibile donna, deciderà di riparare a modo suo a tale vergogna sociale: divertirsi per sfregio a togliere la "B" dal nome della nobildonna, se a scuola varrebbe magari una nota, per il duca Alfonso è scherzo da morte, con spada o veleno, a scelta. Finale tragico, prevedibilmente.
Dell'ambiente di corte si ritrova però nulla sul palco: a un teatro così moderno corrisponde un allestimento inutilmente contemporaneo, dove la scenografia non esiste (del castello neanche un ciottolo), sedie e tavoli sono rottamazione di un mercato di quinta mano, e il duca veste con giacca giallo-marrone da DDR anni '70 sopra a una camicia viola jella. La sovraimpressione della parola "Ferrara" che ogni tanto compare in mezzo ai sottotitoli in svedese è il massimo della fedeltà cui attaccarsi.
Le quasi tre ore di spettacolo tra cantanti non memorabili ma se non altro buona musica scorrono ugualmente veloci. Qualche scossone su episodici colpi di sonno e l'Italia s'è desta.
Nessun commento:
Posta un commento