Roberto compare sulla mia strada dopo aver sconfitto il Trap. Riconoscerci è ancora più ovvio; non sono in molti a camminare per Göteborg chi con la bandiera al collo, chi con una maglia dall'azzurro inconfondibile. Quella sera sono un po' più solo del solito; la compagnia di uno slovacco, un tedesco, e uno svedese, per quanto ormai molto addestrati all'italianità, non vale l'entusiasmo di uno solo dei tuoi fratelli. Con Roberto il tempo è giusto quello di un abbraccio a cavallo del ponte, un “Forza Italia”, e un arrivederci scontato quanto improbabile. Anche gli svedesi hanno qualcosa da festeggiare nel frattempo, ma non è certo grazie a Ibrahimovic e compagni: la preparazione ai quarti di finale passa attraverso Midsommar, il giorno che tutti attendono, quasi più che il Natale, per celebrare l'inizio di un'estate che non c'è. In un villaggio fuori città, qualche giorno e diversi chilometri dopo, c'è anche il banchetto delle marmellate in mezzo a tanti altri di genuinità persino superiore. E la gola rende ciechi qualche volta: “Sei italiano! Mi ricordo...”; incredibile, a parlare è di nuovo lui, Roberto, che oltretutto ancora non so essere Roberto. Tutto quello che ci unisce lo sfogheremo contro gli inglesi, tra un piatto di penne all'arrabbiata e un vassoio di cornetti alla crema preparati durante la partita dal proprietario del Bar Italia, che da sempre vive in Svezia ma che parla con un innato accento romagnolo, quello di San Mauro Pascoli. Anche Roberto ha un presente e già una buona parte di passato in Svezia: la madre è svedese, il padre campano. Calcisticamente non dovrebbe mai aver avuto imbarazzo su quale nazionale tifare, ma anche fisicamente non c'è dubbio sul suo vero passaporto: capelli, ciglia, occhi e carnagione scuri; i primi undici anni di vita trascorsi nel Belpaese e almeno un mese dell'estate regolarmente tra Capri e Ischia.
Michele di Bari non è un cantante, né un'alternativa più fantasiosa per chiamare quell'omonimo di mio cugino. A Stoccolma, dove mi trovo in occasione della semifinale, l'unico che dovrei incontrare è Flo, un vero tedesco, con cui si ambisce a ricostruire l'Asse di Ferro. Nel grande pub che per le dimensioni della sala e dello schermo sembra più un cinema, l'atmosfera è calda al punto giusto, e al momento dell'inno non c'è timidezza che faccia sentire soli per quanto non si levino altre voci pronte alla morte; ma qualcuno, fino allora nascosto c'è. È Michele appunto, da Canosa di Puglia; ingegnere elettronico, ex erasmus dalla Scuola Sant'Anna di Pisa, col vizietto della Svezia, dove è tornato per qualche mese con un lavoro provvisorio nella speranza di trovare quello definitivo; del paese natio gli manca la vita di piazza. Scampoli che tornano ogni volta che Supermario va implacabile in rete, e l'esultanza tocca livelli inauditi; Flo ci scambia per amici di lunga data, e davvero in ognuno di quegli abbracci c'è molto più di quanto non sia mai stato detto.
| 1970... 1982... 2006... 2012 e oltre! |
| Stoccolma, la mezzanotte sorride all'Italia |
La notte non cala mai su Stoccolma. Dove non ci sono le folle c'è il cuore a esultare, e un tricolore incollato addosso, portato a letto come una coppa del mondo. Con la fierezza di chi almeno per un giorno può finalmente guardare in faccia chiunque avendo la meglio sulla solita indifferenza nordica, non resta che lasciare un segno là dove ogni anno il premio Nobel è di casa, con un alzabandiera tanto luminoso da costringere la stessa vigilanza ad ammettere che quel tricolore è tanto bello, molto meglio del gialloblu svedese. E poi via sul treno. Su Goteborg come sempre già piove a dirotto. Eppure il cielo è sempre più blu!
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| Il premio Nobel è cosa nostra |

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