giovedì 17 maggio 2012
Il solito tram tram - Parte V (nota bene)
Una giornata (piovosa) come tante; la solita fermata per il solito numero 11. Un essere con le sembianze di Max Gazzé si avvicina alla pensilina, con tanto di custodia rigida da strumento musicale in mano (non azzardo a indovinare, ma mi sento di escludere un contrabbasso); anche lui aspetta, e affianco a lui una ragazza, bionda ma non troppo; con gesto tenero gli aggiusta il colletto della giacca che in realtà non ne avrebbe poi così bisogno. Chissà... Tre minuti dopo, si sale; i decibel all'interno del vagone sono bassi, come al solito; pochi parlano, ma molti ascoltano... musica, dall'I-phone in genere; Max, muto come lo ricordavo in Basilicata (coast to coast), è ancora davanti a me, e vicino ha ancora la sua Giovanna (anche se Mezzogiorno è già passato da un bel po'; causa sveglia non precoce sono quasi le tre). Quattro fermate dopo e lui scende; insieme a lei non ci sta più; un bacio per dirsi ciao? No, non stiamo pensando a spargimenti di affetto. E' già fuori e le porte si chiudono; però un saluto, un hej qualsiasi, una mano lontanamente alzata? Nemmeno; silenzio. Forse un sopracciglio in lei si è mosso. Non l'ha potuto trattenere. Doveva? Il termometro dice dieci gradi, ma fa più freddo. Qualche stop ancora e una musica scuote la (mia) sopita attenzione: lei deve aver abbandonato il tram già da un po'; ora sono le note di un sassofono ad averne preso lo stesso posto; un ragazzo meno che trentenne, carnagione olivastra, origini forse rumene, sta suonando in cerca di considerazione (perlomeno economica); chi mai lo riterrà degno perlomeno di un insulto? Chi, in un altrove magari italiano, prenderebbe a sbraitare per la confusione, al massimo china il capo o raccoglie le mani verso le orecchie. Impercettibili reazioni per sentimenti distratti. Raccolgo l'occhiolino che mi rivolge come un complice ringraziamento.
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