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mercoledì 14 marzo 2012
Uno, nessuno, centomila
“Want to talk about your country and
culture?”. Questo il titolo dell'invitante e-mail giunta a tutti
gli exchange students, con cui li si chiamava a incontrare i membri
dello Swedish Public Employment Service, in pratica dell'ufficio di
collocamento svedese, per raccontar loro cultura e stile di vita del
proprio paese di provenienza, un “health
cultural "journey" through different cultures that aims to
provide insight into different approaches to health, employment and
societal changes”. Dietro questo progetto piuttosto oscuro,
addirittura finanziato dall'Unione Europea, con la stramba ambizione
di affidarne il successo a improbabili studenti, si dischiudeva in
realtà una ghiotta occasione, quella di un pranzo a gratis; già,
perché per di più di tutto ciò se ne sarebbe parlato a tavola: la
mia prima colazione di non-lavoro.
Mezzogiorno di un martedì qualsiasi.
In un ristorante di una piazza piuttosto frequentata di Goteborg
aspetto di capire come muovermi. Sulla carta oggi rappresenterei
l'Italia intera; il tema dovrebbe essere cibo, tradizioni
gastronomiche e posti tipici; giochiamo da favoriti insomma. Assieme
a me è arrivato anche Emre, un ragazzo turco di Ankara, nome facile
da ricordare solo grazie ai trascorsi interisti dell'omonimo
calciatore. Attorno a noi nessun altro volto famigliare o coetaneo.
Dopo qualche minuto di attesa, spunta Daphne, colei da cui ero stato
contattato via e-mail, una specie di Mamy di “Via col vento” del
XXI secolo. Scopriamo essere attese fino a 120 persone. Scopriremo di
essere gli unici studenti. I tavoli si riempiono di gente di tutti i
tipi, adulti e più che adulti; tendenzialmente tutti parlano in
svedese. Qualcuno dello staff avvisa Daphne che sta arrivando Mario.
Dov'è Mario? Chi è Mario? Che sia un italiano? Appena qualche
secondo, quando ecco dal fondo della sala farsi incontro un quintale
abbondante di energia pazzesca. Dentro ci si muove un uomo sulla
sessantina (anch'essa abbondante), ma per cui l'età non risulterà
altro che una data su un documento. Appresa dopo pochi istanti la mia
italica origine, Mario si imposta sulla lingua nostrana con una
scioltezza non da poco, e con un accento marcatamente romano. Ma
Mario non è per nulla italiano! Al piccolo gruppetto che si va quasi
subito a creare attorno a lui si avvicina un parigino; un attimo dopo
Mario lo sta allietando con un francese che per quel signore è
inconfondibilmente quello di Parigi. Ma Mario non è nemmeno
francese! Passa un cameriere di origini spagnole, e Mario lo encanta.
Ma Mario è tantomeno spagnolo! In tutto fanno comunque 11 lingue (e
ricordate anche che se sentiste dei finlandesi urlare per strada “katso,
katso, katso”, stanno semplicemente esprimendo
meraviglia per quello che vedono; katso significa “guarda”)!
Questo vulcano di espressioni e di parole risulta una delle più
incredibili incarnazioni del cittadino del mondo: con una madre per
metà ucraina e per metà russa, e un padre per metà polacco e per
metà rumeno, Mario è cresciuto in Romania finché nel 1968 arrivò
in Svezia finendo per rimanerci. Mario quindi non è neppure svedese!
Eppure lo svedese lo parla eccome, se è vero che per anni ha
lavorato come "poliziotto di prova", praticamente l'ombra sulla
coscienza di chi uscito di prigione è ancora in libertà vigilata; e
nello spiegarmi questo, mi indica il suo orologio dal grande
quadrante e con un vistoso cinturone placcato di oro giallo, per
darmi l'idea del gps con cui allora era in grado di controllare ogni
movimento dei galeotti affidatigli. Ora Mario è in pensione, ma il
cuore della sua anima è da sempre stato altrove: è la musica il
motore incessante di quest'uomo. È un bassista, di natura jazzista,
all'occorrenza anche cantante, di grande fama nella Romania degli
anni '60, cresciuto a stretto contatto col rock italiano degli
albori, quello cui dovrà tanto – e lui si sente di affermarlo con
certezza – lo stesso Elvis, venuto solo molto dopo, e in cima a tutti gli altri per
notorietà per una non secondaria abilità nel
sapersi vendere. Ma mica Mario parla per sentito dire; anzi, se il
suo parlare italiano è così burino, dipende da un altro Mario,
Mario Zelinotti, il suo grande amico di Roma; uno sconosciuto ai
nostri giorni, ai nostri orecchi; una voce storica negli anni '60:
Zelinotti è colui che scrisse e cantò con Little Tony “Cuore
matto”. Mario pure il prossimo maggio ha in programma di andarlo a
trovare, ed è attraverso Mario, l'altro, che passano tutte le
conoscenze personali che il nostro Mario inizia a sciorinare in un
modo privo della benché minima vanagloria, carico invece di
un'incontenibile quasi infantile entusiasmo, come del bambino che
impazzisce davanti alle filastrocche ripetute migliaia di volte dalla
mamma. Don Backy, Bobby Solo, Peter Wan Wood (l'antesignano, con la
sua “Butta la chiave” anno 1955), Peppino di Capri e il twist di
St. tropeiz, Jimmy Fontana, Teddy Reno e Rita Pavone, Sergio Endrigo,
i Giaguari (!), i Ricchi e Poveri (presto tornerà a salutarli), il
Celentano di 24000 baci, il grande pianista Guido Manusardi, e
un'altra miniera pressoché infinita di icone da far impallidire le
cravatte di Paolo Limiti (questo invece a lui ignoto). Nel diluvio di
leggende, per la nostra generazione da tempo sepolte (ma Mario
cogliendo di tanto in tanto un po' di smarrimento mi tranquillizza,
“Trovi tutto su youtube”), le situazioni si confondono, eppure
cambia poco che ci abbia cantato, collaborato, pranzato assieme, o
che ne abbia solo ascoltato i pezzi: sono tutte presenze più che mai
vive in lui; mentre ne parla si trasforma, e la sua stessa fisicità
dice di un uomo segnato: nelle grosse mani inanellate, a fare il paio
con eccentriche catene che gli pendono al collo, nei jeans strappati
il giusto all'altezza delle ginocchia, nel cappello da rock star, abbinato agli occhiali da sole, che lascia scoperti i capelli
grintosi ma non ribelli. Quando infine arriva a raccontarmi delle
serate a casa di Pippo Baudo, penso proprio che un festival di
Sanremo da ospite speciale non glielo dovrebbe togliere nessuno.
Ogni tanto si fanno incontri pazzeschi
nella vita. Ci sono persone che ci mettono circa mezzo secondo per
diventare personaggi. Mario è la storia di una di queste. Mario
Ovidiu Madius.
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