mercoledì 21 marzo 2012

Mattei, marchi, marchette, orrori ed errori: si salvi chi può

L'emblema intramontabile del made in Italy continua a essere senza dubbio il cibo: uno status symbol per gli stranieri, disposti a ingoiare qualunque etichetta vagamente italica, pur ignorando in modo clamoroso l'origine della Nutella, spacciata per tedesca; un fidato rifugio per gli italians all'estero, perché è quanto mai vero che dove c'è Barilla c'è casa. Già, ma poi? Per tutto il resto, dove sbattere la testa? Escludiamo per ora dall'indagine quel variopinto mondo di ristoranti e pizzerie che va sotto le insegne più abusate, da Cicero, a La Gondola, ad Alta Marea, fino a chi infarcisce il menù di grossolani errori e a chi forse cerca di rifarsi un nome (l'immancabile Da Matteo). Entriamo invece nei supermercati, il regno di marche e sottomarche, dove olio, pasta e passate sono di solito le prede scelte: affiggere un nome che suoni bene, magari accoppiato a un bel tricolore, è il primo passo verso il successo.
Qualcuno che così facendo ha trovato fortuna c'è; il suo, in Svezia, è un piccolo monopolio del settore: se hai bisogno di convincerti di aver ritrovato i sapori originali e inconfondibili del Belpaese, compra Di Luca, Fernando Di Luca – Zeta (Z di serie?). Andando alla ricerca del suo nome su internet si scopre una storia quasi struggente, quella di un antico migrante partito da Fano all'inizio degli anni '60, in sella alla sua vespa (naturalmente), che, raggiunta la Svezia, decide di non poter lasciar cadere nel vuoto le origini e che sul ricordo, puro e incancellabile, dei profumi del cibo della mamma, inizia a diffondere solo essenze raccomandate ai sudditi del regno scandinavo. È così, per esempio, che rinascono, arrivando fino a oggi, quelle specialità secolari della cucina italiana come il mango aromatico.
L'effetto tipico è tanto irresistibile da aver ormai colpito anche il mio carrello, quando incautamente mi abbandono alla tentazione davanti a una cassa di kiwi, neozelandesi dice l'etichetta; imperdonabile e plateale diserzione, lo so; ma in attesa che il fiuto di Fernando arrivi alla frutta, spero mi si perdoni l'errore. Eppure... c'è un che di famigliare in questa Nuova Zelanda; sì, incredibilmente salvo, l'errore non è mio, incredibilmente è Salvi!

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