venerdì 23 marzo 2012

Erasmus patient

Confermo. Serviva Goteborg per entrare nel vivo del diritto. Superate le lezioni, e affrontato in qualche modo l'esame (di ieri la notizia del voto provvisorio, un discreto 8/12), il corso di European Social Law prevedeva poi una parte più creativa, insolita per lo studente italiano, abituato a incaponirsi sui libri perdendosi in mille sofisticate teorie: la scrittura di un saggio a tema. Il placido Thomas proponeva quattro argomenti e senza alcun dubbio la scelta cadeva sull'EU law and the right to healthcare. Capire quando e quanto potersi far rimborsare per una cura all'estero è decisamente questione di grande interesse e attualità. Quanto mai attuale; stimolante, a pelle. Uno studio che per una volta non vedevo perché mai rinviare. Un invito diretto a capire fin dal primo giorno utile che cosa significasse.
E fu così che si spalancarono le porte degli ospedali di Goteborg. Tutto per un mignolo, quello abituato a sopportare anni di distorsioni da portiere di calcetto, ma non infine l'ennesimo scontro di gioco. Non occorre un luminare per stabilire come non sia un buon segno che una falange si accavalli di continuo sull'altra, ma 100 corone sono sufficienti per averne conferma da un medico qualunque, incontrato al Högsbo vårdcentral, il primo centro di cura trovato sulla mia strada. Comprendere però come funzioni un intero modello sanitario richiede qualche sforzo in più; provare, ad esempio, un secondo ospedale, cui si viene rimandati con in mano solo la diagnosi in busta chiusa (unica traccia cartacea spesa in un mondo del tutto digitalizzato). Al quinto piano sui dodici del Frölunda Specialist Sjukhus, staccato il consueto biglietto d'attesa, è il momento dei raggi; si aspetta la nuova risposta lungo un corridoio alle cui pareti sta una galleria di immagini in bianco e nero, vagamente retrò: radiografie; in collezione completa, da capo a piedi passando per gli intestini. Trascorso qualche altro minuto, eccomi ora pronto per il casting (perché ingessatura è sicuramente una delle nuove parole da imparare); già, ma altrove. Salito allora sull'Orange Express, si arriva, dopo aver battuto un'ampia fetta di periferie, al Mölndal Sjukhus, reparto ortopedia, penso; e invece, rimandato; alle emergenze, dove l'atmosfera è tesa per l'esito della sfida del Melodifestivalen (perché anche qua Sanremo è Sanremo); grandi teleschermi un po' ovunque nelle calde e confortevoli sale d'aspetto rivestite di comode sedie in pelle [come è andata a finire? http://www.youtube.com/watch?v=PsTcfVBwXco]. Poi per una volta il tesserino sanitario si prende la rivincita, dopo anni passati a far da controfigura al codice fiscale: art. 19, Reg. 883/2004, il caso è questo. Grazie, sarebbero sennò 3000 corone. Ci si sposta: altra sedia in pelle, altra trasmissione, in attesa del richiamo dell'infermiera giusta; quindi trasferimento in uno stanzino dove l'arrivo del medico per adesso è solo annunciato; nel frattempo, ci si accomoda. E finalmente, il dottore; rassicurante giovane molto graziosa, ma il racconto della storia di un dito così a lungo maltrattato merita un consulto con qualcuno ai piani più alti, finché... gesso sia! Bianco, rosso, grigio? Il diritto è anche quello a scegliere il colore preferito per ricoprirlo. Di mezzo è stato deciso che ci sia un'innocua lussazione. Ora il protocollo dice waiting time-nuova fotografia-waiting time. Infine, congedo con consegna della quarta tappa: circa venti giorni prima di ritornare; appuntamento al Sahlgrenska Sjukhuset, reparto di chirurgia della mano, il migliore d'Europa. Da provare, quasi quasi.
Adesso, però, mi aspettano tanti compiti per casa. La giustificazione si accetta per lavare meno i piatti e per le faccende domestiche in generale; varrà pure per la tesina? Abbondante materiale di cui scrivere, abilità ridotte. I giorni passano, il prodotto stenta a crescere per quantità e soprattutto qualità. Tutto sommato si confida nell'effetto commozione: il gesso lungo metà braccio regala un'immagine da grande invalido. Ma diritto e cose (storte) della vita sembrano andare di nuovo a braccetto: a versare lacrime ci finisce lo studente; una fastidiosissima quanto improvvisa irritazione all'occhio colpisce appena sveglio proprio la mattina della vigilia; per cautela, non resta che autoscattarsi qualche foto di prova, nel caso fosse necessario implorare una comoda proroga. C'era una volta Paletta, infatti; si chiamava Paletta quel lavoratore italiano residente in Germania che curiosamente cadeva malato ad ogni suo ritorno in Italia, e che tuttavia finiva per essere sempre salvato da un insuperabile certificato medico. Thomas lo sa bene, è lui ad avercelo insegnato. E invece purtroppo, il ritardo accumulato è tale da andare out of time, seppur involontariamente; rispetto alla deadline per la consegna sono comunque più di una manciata di ore. Pronta e-mail di scuse, e per Thomas “no problem”. Eppure, non è finita: ultima scadenza rimane la presentazione orale con tanto di botta e risposta; i tasselli iniziano a incastrarsi solo il giorno prima. Ancora una volta troppo tardi. Non si sa se Paletta avrebbe fatto altrettanto, ma la mano morta oltre che di inchiostro inizia a profumare di torta, quella che comunque vada è bene preparare per festeggiare la fine del corso rendendo più apprezzabili tutti gli sforzi. L'impegno dimostrato per il saggio come soprattutto i complimenti dopo l'assaggio stanno lì a dimostrarlo. L'effetto liberatorio è intanto doppio: pure per il dito il tempo si è compiuto. Riabilitato, dice l'esito degli esami. Ora non resta che aspettare anche la diagnosi del professor Thomas.
Il giro dei quattro ospedali

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